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12 MAGGIO. GIORNATA INTERNAZIONALE DELL’INFERMIERE

12 MAGGIO. GIORNATA INTERNAZIONALE DELL’INFERMIERE
 

12 MAGGIO. GIORNATA INTERNAZIONALE DELL’INFERMIERE

Gli infermieri vicentini si raccontano. Quello che siamo. E quello che potremmo essere, due voci dall’estero

Ci sono tante giornate internazionali, istituite dall’Oms, dedicate alla salute. Tante patologie e tanti malati di cui parlare per sensibilizzare ed educare. Ma il 12 maggio è una giornata voluta e pensata per una delle figure professionali che della tutela della salute ha fatto la sua mission. L’infermiere. L’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Vicenza desidera ringraziare i propri iscritti attraverso questo articolo costruito con le riflessioni di alcuni colleghi. Sono istantanee di te e di me. Di noi. Ne nasce una fotografia intensa, di ciò che siamo e sentiamo di essere. Alcune espressioni ritornano più di altre, perché il sentimento è comune e diffuso, così come la consapevolezza, la coscienza, l’orgoglio. Riteniamo costruttivi i contributi giunti dalla Svizzera e dall’Inghilterra perché ci mostrano realtà distanti, non solo geograficamente, che ci regalano una prospettiva diversa della professione esercitata altrove. In ogni caso e oltre ogni dire e confine, la faccia, la testa, le mani, il cuore sono uguali. E sono di un infermiere.

“Molte sono le definizioni che si possono dare dell’infermiere perché in molti modi si può declinare la professione infermieristica. Certamente l’infermiere è un professionista della salute che si prende cura di vari aspetti che riguardano la salute delle persone (si prende cura delle persone) attraverso le conoscenze e gli strumenti che gli dà la scienza infermieristica.
Detta così mi sembra una definizione molto accademica che solo in parte si trova realizzata nella realtà. La realtà è molto più semplicemente complessa. Uso questo ossimoro per indicare la profonda contraddizione tra il piano reale e quello ideale, tra quello che vorremmo essere e ciò che siamo. Molto semplicemente siamo dei professionisti che si prendono cura delle persone malate attraverso e con i limiti di un’organizzazione complessa che non ci lascia fare ciò che dovremmo fare, che non ci lascia ciò che dovremmo essere, che non ci riconosce come professionisti ma semplicemente come esecutori di compiti o mansioni. La nostra professione è il continuo sforzo di colmare questo gap tra ideale e realtà, far sentire a chi viene in ospedale, a chi si incontra negli ambulatori o nella loro casa che c’è qualcuno del servizio sanitario nazionale che lo può e lo vuole aiutare. Tante sono le cose che facciamo, tante le responsabilità, tante le cose che ci chiedono anche oltre il nostro dovere senza avere una adeguato riconoscimento. Questa vita paradossale – per valore sociale, economico, per scarsa autonomia e tanta responsabilità – è la vita dell’infermiere, oggi spesso priva di motivazione perché anche le persone con cui ci relazioniamo sono cambiate e non sempre in meglio. E’ innegabile che l’infermiere pubblico dipendente subisce il pregiudizio di una campagna denigratoria che dura da quasi dieci anni (i fannulloni, i furbetti), è innegabile che sono aumentate le aggressioni, è innegabile che il mancato riconoscimento economico-contrattuale gioca negativamente sulla motivazione lavorativa, è innegabile che le risorse umane sono sempre meno e i carichi di lavoro sempre più pesanti, è innegabile che la responsabilità è sempre più ampia e l’autonomia sempre più mortificata. Oggi c’è tanto rammarico nel fare l’infermiere perché tutto si è concentrato nel fare, nell’essere presenti e disponibili e occupati in questa dimensione non riusciamo a diventare ciò che dovremmo essere: professionisti sanitari che sviluppano e applicano la scienza infermieristica nell’assistenza alle persone con problemi di salute. Per questo non abbiamo tempo, non ci è dato tempo. Dobbiamo conquistarcelo. Solo allora potremmo avere quell’autonomia e responsabilità che ci definisce come professionisti”.

(Andrea Bottega, infermiere Chirurgia Plastica AULSS 8 Berica)

Essere infermiere, che è ben diverso da fare l’infermiere, presuppone una presa in carico dei bisogni del paziente, una grande capacità di ascolto e l’avere una progettualità nei confronti di quella persona che suo malgrado si trova catapultata in un percorso di malattia più o meno lungo, dove il nostro essere professionisti potrebbe fare la differenza. La mia esperienza inizia in Italia, a Vicenza, dove sono stato formato e dove ho intrecciato le basi solide del mio saper fare, dove ho potuto rubare guardando e ascoltando grandi professionisti che, seppur senza troppi quadri teorici ma con tanta esperienza, mi hanno trasmesso l’essenza della professione. La mia fortuna è stata quella di concludere gli studi in un momento ancora pieno di opportunità lavorative. L’investimento è iniziato con il mio continuo tenermi aggiornato, il valorizzare la mia coscienza professionale, la necessità di crescere e pensare di diventare qualcuno. Peccato però che non sempre le cose vadano come si vorrebbe. Io penso di essere diventato qualcuno, quantomeno nei confronti degli obiettivi di crescita che mi ero posto, ma per poterlo fare ho dovuto fare una scelta, andar via dal Paese che mi ha formato professionalmente, da quell’Azienda che mi teneva ingabbiato e non mi permetteva di crescere riconoscendo i miei sforzi. Ora in Svizzera sto bene, mi sento apprezzato per il mio contributo quotidiano, lavoro in un contesto dove esiste ancora la meritocrazia fatta non tanto di obiettivi di budget da raggiungere ma di crescita personale e riconoscimento del talento del singolo professionista. Lavoro in un contesto dove ho avuto la fortuna di avere persone che credono in me e mi hanno permesso di proporre e sviluppare progetti volti a migliorare la presa in carico dei pazienti che curiamo: fiducia, visione olistica orientata al progetto di cura e non solo all’economicità. Sicuramente molto più appagante e stimolante anche se si può ancora migliorare la qualità delle cure. Come mi vedo domani?

Forse non mi vedo ancora come infermiere, mi sento appagato e penso di essere arrivato ad un punto tale per cui non debba dare altro e sia giusto pensare alla qualità di vita personale che ti permette di stare bene con te stesso e con i tuoi cari. Se potessi lasciare un messaggio ai miei colleghi di Vicenza direi: non mollate mai, credete nei vostri obiettivi e fate tutto ciò che potete per realizzarli, solo in questo modo guardandovi indietro potrete essere fieri di ciò che avete fatto e del contributo che avete dato.”

(Simone Lussu, infermiere IOSI Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, Lugano)

L’infermiere è il professionista sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica. Il quadro che emerge dalle leggi che regolano la professione, e dal codice deontologico, è quello di un soggetto attivo, che agisce in prima persona con autonomia di scelta e responsabilità, per prendersi cura e perseguire la salute, intesa come bene fondamentale del singolo ed interesse della collettività. L’infermiere è inoltre un professionista che agisce su rigorose basi scientifiche, protocolli e linee guida, al fine di garantire la salute del suo assistito, insieme alla sua vita, alla sua libertà ed alla sua dignità. L’infermiere è quindi un professionista con rigorose conoscenze e competenze, il cui impegno e la cui assistenza sono volti essenzialmente a garantire la qualità di vita delle persone. Nonostante una rigorosa preparazione oggi universitaria, spesso la professione mi sembra poco riconosciuta: noi tutti ci siamo in più occasioni trovati a spiegare che NON siamo l’assistente del medico o la segretaria di qualcuno, che non siamo inservienti o cameriere. L’infermiere è quel professionista della salute che si occupa della persona oltre il malato, in una sanità che tende ad occuparsi sempre di più della patologia piuttosto che del paziente. La professione infermieristica è fondamentale perché si prende cura non solo del malato, ma anche del sano e di coloro che circondano il malato. Ciò che ci rende indispensabili è la capacità di assistere la persona nella sua totalità, sia agendo da soli che cooperando con altre figure, non necessariamente professionisti sanitari. Il contesto socio assistenziale nel quale ci troviamo oggi richiede all’infermiere capacità nuove per rispondere a bisogni che sono sempre più complessi. Negli anni futuri vedremo aumentare ancor più l’invecchiamento demografico con conseguente aumento delle patologie cronico degenerative. Tutto ciò richiede alla figura infermieristica capacità di rilevazione, monitoraggio e segnalazione di eventi critici alle figure competenti e non la mera esecuzione del prestazionale o di ciò che è consuetudine fare. La sfida futura è quella di costruire reti intese come un ponte tra i servizi per garantire continuità delle cure ma anche umanizzazione delle cure nonché un’assistenza che sia quindi sempre più personalizzata al singolo e ai suoi bisogni. La figura infermieristica si troverà quindi sempre più in prima linea non solo nella cura della patologia ma anche nella prevenzione e promozione dei corretti stili di vita. In questo ambito si inseriscono figure sempre più specialistiche come l’infermiere di famiglia e/o comunità, l’infermiere esperto di cure palliative, il case manager e poi l’infermiere scolastico che a mio avviso dovrebbe aver un ruolo educativo nonché di promozione di stili di vita sani già in età scolare primaria. Per me, questa professione è una sfida quotidiana, in una crescita continua, che mi porta a migliorarmi continuamente, a cercare sempre nuove competenze, ad approfondire le mie conoscenze.

(Natascia Tescaro, infermiera Distretto sud est Montegalda, AULSS 8 Berica)

“Che dirti, io sono felicissimo del mio lavoro qui in UK, la figura dell’infermiere qui è un po’ diversa, noi lavoriamo tantissimo sul “piano assistenziale” più che sulle abilità tecniche. In Italia ci focalizziamo come prendere un accesso venoso, ad esempio, gli inglesi invece sono bravissimi sull’ “assessment” ovvero la valutazione del paziente per identificare tutti i rischi e bisogni per fare un piano assistenziale ad hoc, utilizzando strumenti come scale internazionali di valutazione. Si prende in considerazione tutto della persona, non solo il problema identificato dalla diagnosi, dalla valutazione globale dei cinque sensi alla comunicazione. Lo stato di salute completo, lo stato mentale con il Cognitive Assessment Tool, Geriatric e non Depression Scale, la compliance. Tutto ciò che riguarda la sicurezza: la contenzione, la valutazione se gli ausili sono d’aiuto senza recare danno, il rischio di caduta per cui si valuta con un team multidisciplinare l’ aspetto medico, farmacologico (tipo farmaci ipotensivi o beta bloccanti) il fisioterapista, disturbi visivi etc, la valutazione di migliori ausili da utilizzare (come paranco, sedie rotelle, barelle…) e minimizzare il rischio per il paziente e l’operatore. La valutazione della pelle con La Waterlow Scale per valutare rischio di danno come ulcere da decubito. Le Body Maps; Bisogno di igiene personale ed igiene orale sempre con scale addette. La continenza di alvo ed urine. L’alimentazione con il MUST Assessment e registro del peso. Respiro e Circolazione ovvero i parametri vitali. Tutto questo è quello che si fa per ogni paziente, si compila una cartella infermieristica valutando tutto ciò ed ogni volta che trovi un rischio malnutrizione, rischio di sviluppare piaghe da decubito, rischio di infezione o quant’altro, si fa un piano assistenziale che regolarmente vai a rivalutare se ha effetto o meno e come aggiornarlo. Così si è infermiere in Inghilterra, esercito in un modo ben diverso che in Italia. Poi qui sono previsti dei training che ti danno la possibilità di acquisire competenze che ti vengono riconosciute anche a livello economico. Io mi sto perfezionando sulle patologie riguardanti l’apparato respiratorio come la gestione delle vie aeree, intubazione ventilazione assistita. Si acquisisce competenza anche farmacologica per cui sarò io in grado di prescrivere alcuni farmaci come steroidi broncodilatatori etc senza ausilio del medico, sempre utilizzando strumenti di valutazione e protocolli, che in Italia non facevo. Ho la gestione del pz diabetico per cui la gestione di farmaci ipoglicemizzanti orali e non, il dosaggio del Warfarin per i PZ in TAO. Tutto questo viene riconosciuto economicamente per cui più ti dai da fare e studi e più ti pagano. Comunque l’inizio non è stato facile, è un altro modo di lavorare ma molto appagante, non esiste il giro medico come in Italia ma bensì un meeting tra infermiere e medico dove discuti ogni caso clinico, dove informi il medico sull’evoluzione del paziente e poi sarà lui da solo ad andare a visitarlo. La mia prima esperienza è stata in una casa di cura privata, tre reparti dai 16 ai 25 posti letto, nell’arco di un anno sono diventato Unit Manager, in questa struttura non esiste il medico interno ma solo infermiere, la figura medica di cui ci si avvale sono i consulenti che venivano solo se chiamati, poi tutta la gestione era da parte dell’infermiere, lì sono stato abilitato nel certificare la constatazione di morte e compilazione documento tipo ISTAT. Poi a dicembre mi hanno offerto il posto di vice direttore della struttura come Clinical Lead, ovvero di supporto al Manager che non ha competenza clinica/sanitaria ma che non fa per me in quanto non sono portato a svolgere tutto quel lavoro in ufficio tra carte e burocrazia. Ora ho iniziato a lavorare nella sanità pubblica all’ Imperial College, università di medicina di Londra dove sono entrato con un semplice colloquio e mi hanno offerto la possibilità di fare un master”.

(Adolfo Dudy Rossini, Nurse Imperial College Londra)

“L’infermiere oggi è un professionista sanitario che lavora nell’ambito della prevenzione, della cura, dell’assistenza e della riabilitazione vicino alla persona in tutte le sue fasi, dalla nascita all’accompagnamento alla morte. Questa immagine dell’infermiere è arricchita di competenze scientifiche, relazionali e tecniche che lo rendono uno dei professionisti più impegnati e con un ruolo importante nel settore della Sanità sia pubblica che privata. In realtà, nella quotidianità sono poco gratificanti le immagini che talvolta vengono date della nostra professione, purtroppo molto spesso si leggono articoli di malasanità che mettono in cattiva luce gli operatori sanitari e ledono la dignità professionale infermieristica. Non penso che si possa esercitare la professione dell’infermiere come lavoro di ripiego, né svolgerlo senza motivazione o solo in attesa di stipendi e tempi migliori. Personalmente esercito questa professione per scelta, maturata in età molto giovane, di cui ancora oggi non mi pento (nonostante le mille difficoltà), probabilmente perché credo nel mio lavoro e ne vado fiera. Come me sono sicura che molti altri colleghi lavorino con motivazione, preparazione e soprattutto con una volontà di crescita e cambiamento. La crescita della professione infermieristica ha subito un’importante evoluzione sia normativa sia formativa, che ha elevato gli infermieri a una consapevolezza sull’autonomia e responsabilità. E’ necessario raccontarci, rendendoci visibili, mostrando cosa facciamo e cosa sappiamo fare per trasmettere così alla società il nostro importante contributo che diamo alla Sanità.. Tutto questo fa capire che la professione infermieristica è una risorsa per la società, che non si ferma mai, fatta di passione e competenze sempre più elevate e di umanità che sempre la contraddistingue. Perché solo se crediamo in ciò che facciamo possiamo dimostrare chi siamo.

(Roberta Cimenton, Infermiera Oncologia Sezione Cure, AULSS 8 Berica)

“Mi divincolo tra turni, medici, tagli e realtà, per portare avanti un concetto di prendersi cura che pare scemare. Ostinato mi prendo cura, per ridare equilibrio a persone che stanno precipitando, per non lasciare che sia solo vuoto, quello che li attende, per lasciar loro la possibilità di un appiglio. Ecco, forse mi sento solo e semplicemente un appiglio!. Combatto disarmato, come eroici partigiani, alla battaglia in cui credo. Ascolto chi ha bisogno di sentirsi ascoltato, parlo a chi ha bisogno di sapere, stringo la mano a chi ha bisogno di non sentirsi solo. Faccio quello che posso per dare un senso al tempo che mi pone al fianco di chi ha bisogno. Alla faccia degli straordinari, della fretta e dell’abitudine. Al bisogno non ci si abitua.”

(Massimo Donà, Infermiere Chirurgia Generale, AULSS Berica 8)

Sono una persona come tante. Mamma e moglie che in ospedale, come infermiera, strappa un sorriso a chi soffre. A chi vuole vivere. A chi incontro ogni giorno. Vorrei avere più tempo per me, più tempo da dedicare ai miei pazienti. Vorrei che non fosse solo “mettere su chemioterapie”. Vorrei non portarmi a casa le loro sofferenze ma so che anche questo fa parte dell’essere infermiere.”

(Alessandra Fabris, Infermiera Oncologia Sezione Cure, AULLS Berica 8)

“L’infermiere è il pilastro dell’ospedale, è la persona che si fa intermezzo tra medico e paziente, è pilastro perché dà forza e sicurezza al paziente. Una luce di faro cui dirigersi ed orientarsi, per essere ascoltati, per trovare un sorriso e una carezza, per piangere e confidare le proprie paure. Io mi sento luce nei momenti bui dell’altro che mi cerca e a me si affida.”

(Nerina Miolato, Infermiera Poliambulatori AULSS Berica 8)

“L’infermiere è un professionista preparato che con molta passione risponde ai bisogni della persona. Ma è sempre di corsa, il tempo non gli basta mai ed il carico talvolta è pesante. Non c’è differenza tra il giorno e la notte in geriatria, si corre sempre e comunque. Non si sta fermi un momento, c’è sempre qualcosa da fare, non siamo mai con le mani in mano, bisognerebbe essere di più per dare risposte migliori. Molta gente non si rende conto veramente di cosa fa un infermiere. Quanta passione, gioia, tempo, energia, voce ci mette un infermiere per dare il meglio di sé nel prendersi cura di chi non riesce più a farlo da solo. E’ una professione importante ma ancora poco riconosciuta e capita. E un giorno di riposo davvero non ci basta per recuperare a livello psicofisico. Se tornassi indietro sceglierei ancora di essere un infermiere, anche ora che so quanto è dura. Tra turni, corsi di aggiornamento nei giorni di riposo, difficoltà ad ottenere i trasferimenti..”

(Elisa Fagher, infermiera Geriatria 2, AULSS 8 Berica)

“L’infermiere? Un professionista educato e discreto che gestisce e tutela il paziente, proteggendolo anche da occhi indiscreti. Che collabora con il medico nel gestire al meglio il disagio della malattia.”

(Monica Papparella, Infermiera Farmacia Oncologica, AULSS 8 Berica)

Sono nata con il cuore da infermiera. Un voto religioso fatto da mia madre perché stavo per morire. Ho scelto, voluto ed amato essere un’infermiera. Ho potuto farlo per 17 anni. Non mi è mai pesato un secondo passato in corsia. Poi tutto è cambiato…la salute, il sistema, le persone. Tuttavia penso che fino al mio ultimo giorno di vita ci crederò e sarò orgogliosa di essere infermiera”.

(Marzia Mezzalira, Infermiera CUP AULSS 8 Berica)

“Il mio lavoro? E’ una guerra, una continua lotta. Devi lottare con un male che a volte non si arrende. Devi lottare per esserci con la famiglia che chiede che tu ci sia ma il lavoro ti lascia poco spazio. Devi lottare per la tua salute perché hai poco tempo per curarti , anche noi infermieri ci ammaliamo e la malattia rallenta il ritmo d lavoro che è sempre più incalzante. Devi lottare con la burocrazia delle carte e delle regole che cambiano. Devi lottare con i colleghi demotivati e che si nascondono dietro ad un non è compito mio. Devi lottare con i superiori che pretendono la massima efficienza anche quando hai le pile scariche. Devi lottare con te stessa perché andare avanti senza un grazie è dura. E non puoi permetterti di lottare contro pazienti arrabbiati perché loro sono i pazienti. E’ pesante ma amo il mio lavoro e anche se ogni giorno è un battaglia sono orgogliosa di essere un’infermiera ospedaliera.”

“Sono infermiera qui da tanto tempo e lo sono stata, ogni tanto, anche in qualche terra lontana, come volontaria in qualche missione. Sono entrambe esperienze forti che lasciano il segno. Perché si è infermieri ovunque. Lo siamo dentro. E’ far felice la persona di cui mi prendo cura e che a me si affida. Ho una sensibilità particolare per chi vive nel disagio della povertà. Ma c’è tanto da fare anche qui. Per me essere infermiera è un servizio. Metto a disposizione la mia professione per occuparmi di sociale e sanità impegnandomi attivamente in politica.”

(Lorella Baccarin, Pronto Soccorso Ortopedico AULSS 8 Berica)

“Essere infermiere va oltre una semplice definizione. Siamo molto di più perché abbiamo tutti un valore aggiunto che spesso non viene detto. E ancora troppo poco si dice bene di noi alla gente. Ho 35 anni di lavoro sulle spalle e comincio ad essere stanca. Stanca di un sistema aziendale dove tutto diventa monetizzato e molto spesso disumanizzato. Dove tutti siamo tessere di un puzzle. Vedo colleghi demotivati e scontenti. In ogni caso la mia scelta di essere infermiera mi ha profondamente arricchito umanamente e mi ha riempito di emozioni. Questa professione mi ha fatto capire l’essenza della vita, di focalizzare momenti significativi, di dare priorità agli affetti. Il mio lavoro non è una missione ma un agire consapevole, un prendersi cura degli altri, una scelta che ancora oggi riconosco. Si, sono stanca ma un grazie, un abbraccio, un sorriso regalato da un paziente mi fa ancora stare bene e mi fa tornare la voglia di tornare in ospedale anche domani.”

(Renza Valente, infermiera Oncologia Sezione Cure ULSS8 Berica)

A PIEDI NUDI CERCAVAMO IL SOLE”: LA MIA ESPERIENZA COME INFERMIERA IN CONGO

Sognavo l’Africa” sembra quasi il titolo di un film ma credo sia stato lo slogan ufficiale della mia intera giovinezza. Avevo 11 anni quando in un tema in quinta elementare dal titolo :”Cosa farai da grande?”scrissi a mia madre che il mi sogno era quello di andare come volontaria in Africa, ma che prima di questo avrei dovuto studiare per diventare un’infermiera. Dopo 18 anni questo grande sogno si concretizzò.

La mia meta fu il Congo (località Mambasa a nord est del Congo) per il periodo marzo-inizi di aprile 2006.

Sono partita con un gruppo di amici da Schio ognuno de quali ha dato il proprio contributo in qualità di volontari (chi ha fatto l’elettricista , l’idraulico, il pittore ….).

Siamo stati accolti in una Missione gestita dal missionario P.Silvano Ruaro originario di Schio (VI) che si trova là da diversi anni.

Durante il mio soggiorno ho lavorato all’interno di un dispensario e ho potuto vedere scenari indescrivibili. Visitavo pazienti e somministravo farmaci. Il 90% degli assistiti presentava ciò che veniva definito sindrome del paludismo che antecedeva la famosa malaria.

Ho visto complicazioni gravissime di malaria e purtroppo ho anche visto persone morire: bambini, giovani, adulti. Un’altra bestia nera presente in quelle zone oltre al virus dell’immunodeficienza acquisita HIV o AIDS (7 su 10 ne sono affetti!!) è anche la meningite praticamente incurabile in certe forme più gravi.

Una realtà durissima: le norme igieniche erano scarsissime e il divagare nonché proliferazione di altre malattie quali ad esempio il loa-loa una complicazione della filaria facente sempre parte della famiglia della malaria era la norma quotidiana. Non c’erano né mezzi né farmaci per le cure. L’antidolorifico maggiormente utilizzato era l’acido acetilsalicilico con le conseguenti e immancabili complicazioni a carico della mucosa gastrica.

Per non dire delle medicazioni.

Un giorno medicai il piede di una bambina dilaniato da una scottatura d’olio bollente con garze sterili che mi ero portata assieme a d un po’di medicinali che ben presto si esaurirono.

Nel giro di poche ore si sparse la notizia che era arrivata dall’Italia una WUZUNGU persona (per loro “dottoressa”) con presidi sanitari miracolosi, così le visite iniziarono a moltiplicarsi di giorno in giorno. Da allora divenni RAFIKI WUZUNGU, l’amica bianca.

Al dispensario mi dicevano che tanti malati venivano in visita per avere una mia consultazione, un mio parere, farmaci italiani. Per tutte queste ragioni mi permetto di dire che dobbiamo sentirci fieri ed orgogliosi della nostra professione: abbiamo fatto passi da gigante negli anni e continueremo a farlo come infermieri.

Il pomeriggio era dedicato alle visite a domicilio: con una delle suore della Missione ci recavamo per il villaggio in casa (capanne di terra e fango) di persone bisognose per visitare e portare farmaci soprattutto a coloro che non avevano possibilità economiche per acquistarli.

Sono davvero contenta di essere stata là, di avere conosciuto persone splendide, che nella loro “normalità” ogni giorno fanno cose eccezionali.

Per il momento sono contenta così, per aver contribuito, seppure in piccola parte, a quel piccolo miracolo quotidiano. E questo grazie a persone che ogni giorno, dalla mattina alla sera, non lottano per un mondo migliore: lo costruiscono.

Comunque aggiungo che ho passato momenti , se non di sconforto, almeno di dubbio e frustrazione. Poi è andata meglio.

Proprio su questo tasto apro una parentesi e sottolineo e descrivo in breve la situazione della donna: la donna là non era considerata e non veniva valorizzata per quanto ogni giorno faceva e poteva offrire….

Ho visto donne portare quintali e quintali di legna sulla schiena o sopra la testa magari con bambini avvolti davanti o anche dietro contemporaneamente….. Camminare senza stancarsi in qualsiasi situazione metereologiche . incredibile , indescrivibile e inaccettabile.

Mi auguro di aver dato tutto quello che avevo da dare in termini di professionalità, competenza, sostegno e, perché no, umanità. Regalare e farmi regalare un sorriso è stato fantastico.

Non vorrei sembrare troppo TEDIOSA, ma davvero si fa fatica ad accettare questo stato di cose soprattutto ricordando da dove veniamo noi, in quali condizioni di abbondanza viviamo e quanto spreco ci portiamo dietro—come una specie di malattia incurabile. Se già prima facevo fatica ad accettarlo, chissà ora . Sono convinta che il miglioramento delle condizioni di quella gente passi innanzitutto da un cambio di prospettiva del nostro mondo opulento, e mi viene da dire che siamo in un ritardo spaventoso e ogni istante che passa è tempo prezioso sprecato che non torna più.

Chissà se i potenti, sempre profondamente assorti e quasi rapiti in quisquilie politico-economiche, hanno mai fatto lo sforzo di uscire dai loro uffici dorati e di guardare davvero la realtà per quello che è..

Chiedo scusa se mi sono dilungata in considerazioni noiose e un po’ scontate ma avevo bisogno di parlarne, di condividere queste riflessioni e di ricordare ogni giorno che c’è qualcuno che lotta per cambiare e migliorare.

In conclusione aggiungo che l’effige del ricordo che porto dentro di me di questa esperienza è il volto di quei bambini, di quelle gente che “a piedi nudi cercavano il sole” …. Sì perchè è proprio così che a piedi nudi di giorno di notte , con sole o pioggia quella gente vive e cerca nel sole un raggio di speranza, di un futuro migliore, di un domani diverso dalla povertà attuale.

(SAUGO ARIANNA INFERMIERA U.O. CARDIOLOGIA AMBULATORIO VICENZA)

Perché l’infermiere non è mai soltanto un infermiere”. Barbara Mangiacavalli, Presidente FNOPI

Monica Vaccaretti con il Presidente, i Consiglieri e i revisori OPI VICENZA